Aristotelismo rinascimentale
LE
TRE TRADIZIONALI INTERPRETAZIONI DI ARISTOTELE
Il
quadro del pensiero rinascimentale resta incompleto
e falso, qualora non si tenga presente il contributo
dato dagli studiosi dellAristotelismo in Italia
nei secoli XV e XVI.
Ricordiamo
che le interpretazioni basilari dell'Aristotelismo
sono state tre: alessandrista, averroista e tomistica
a)
La prima è quella alessandrista, che risaliva
all'antico commentatore di Aristotele Alessandro
di Afrodisia.
Alessandro
sosteneva che nell'uomo è presente l'intelletto
potenziale, ma che l'intelletto agente è
la stessa Causa suprema (Dio), la quale illuminando
l'intelletto potenziale, rende possibile la conoscenza.
Così essendo, non c'è posto per un'anima immortale,
dato che essa dovrebbe coincidere con l'intelletto
agente.
b)
Nell'XI secolo Averroé sottopose le opere
aristoteliche a poderosi commenti, che ebbero larga
fortuna. Caratteristica di questa interpretazione
era la tesi secondo la quale esisterebbe un intelletto
unico per tutti gli uomini e separato. Cadeva,
così, ogni possibilità di parlare di immortalità dell'uomo,
essendo immortale solamente l'Intelletto unico.
Tipica
di questa corrente era, poi, la cosiddetta dottrina
della "doppia verità", che distingueva
le verità accessibili alla forza della ragione da
quelle accessibili per sola fede.
c)
La terza è costituita dall'interpretazione tomistica,
che aveva tentato una grandiosa conciliazione
fra il pensiero aristotelico e la dottrina cristiana.
LE
TEMATICHE ARISTOTELICHE TRATTATE NEL RINASCIMENTO
Nell'età
del Rinascimento tutte queste interpretazioni vengono
riproposte. Tuttavia oggi si tende a contestare la
validità di questo schema, rilevando come la realtà
sia assai complessa e come non vi sia nessuno degli
Aristotelici che si possa dire seguace di una di queste
tendenze in tutti i punti, e come sui singoli problemi
gli schieramenti dei vari pensatori mutino con grande
varietà di combinazione.
Si
tratta, dunque, di una divisione da usare con estrema
cautela.
Per
quanto concerne le tematiche, ricordiamo che, a causa
della struttura dell'insegnamento universitario, gli
Aristotelici dell'età rinascimentale si occuparono
soprattutto dei problemi logico-gnoseologici e di
problemi fisici (la politica, l'etica e la poetica
restarono retaggio degli Umanisti filologi).
Per
quanto concerne le fonti del conoscere, gli Aristotelici
distinsero: a) l'autorità di Aristotele, b)
il ragionamento applicato ai fatti, c) I'esperienza
diretta. Ma a poco a poco essi cominciarono a prediligere
quest'ultima, al punto che gli studiosi ritengono
che essi si possano definire (almeno tendenzialmente)
come "empiristi".
Inoltre,
approfondirono i problemi logici e metodologici con
discussioni ad alto livello, e la Scuola padovana
coniò addirittura l'espressione "metodo scientifico".
Tutti
i concetti della fisica aristotelica furono analiticamente
discussi. Ma, su questo terreno, l'impianto generale
della cosmologia dello Stagirita che distingueva il
mondo celeste fatto di etere incorruttibile, da quello
terrestre costituito da elementi corruttibili, non
permetteva progressi notevoli, imponendo la rigorosa
separazione della astronomia dalla fisica. Inoltre,
la teoria dei quattro elementi qualitativamente determinati
e delle "forme" rendeva impossibile la quantificazione
della fisica e l'applicazione della matematica.
Molto
commentato e discusso fu il trattato De anima,
con la relativa dottrina dell'anima (che nello
schema aristotelico rientrava nell'ambito della problematica
"fisica", almeno per la parte fondamentale).
LA
QUESTIONE DELLA "DOPPIA VERITÀ"
Ma
un puntò merita di essere rilevato con speciale attenzione.
In passato si è dato alla dottrina della "doppia
verità", ripresa in età rinascimentale, un significato
inesatto, che va ridiscusso a fondo.
Gli
studiosi hanno da qualche tempo richiamato l'attenzione
sul fatto che il rapporto fra teologia e filosofia
costituì un problema scoppiato repentinamente nel
secolo XIII in seguito all'incontro della teologia
- che si era costituita su basi logiche come insieme
coerente di dottrine - con la filosofia di Aristotele
che costituiva a sua volta un complesso di dottrine
coerenti: da questo incontro erano scaturiti contrasti
di vario genere.
Il
tentativo di sintesi proposto da Tommaso era stato
presto contestato: Scoto e Ockham avevano allargato
il solco che separa la scienza dalla fede e Sigieri
di Brabante aveva avanzato quella teoria della
"doppia verità" che gli Averroisti
latini fecero propria e che fu sostenuta da alcuni
Aristotelici fino al Seicento.
Ebbene,
che cosa significa "doppia verità"?
I
più attenti studiosi hanno messo bene in evidenza
che tale teoria, nel suo nucleo di fondo, essenzialmente
può ridursi a questo principio: sulla base della
ragione e della dottrina aristotelica una cosa
può risultare più probabile, anche se sulla base
della fede va accettato l'opposto.
Questo
non significava un abbandono della teologia e della
fede, ma solo una distinzione euristica e metodologica
delle sfere della scienza e della fede.
In
conclusione possiamo affermare che il tono generale
dell'epoca è dato soprattutto dal Platonismo, e che
l'Aristotelismo funge prevalentemente da antitesi.
Gli
stessi filosofi del Cinquecento che studieremo più
avanti, i quali si rivolsero alla Natura in prima
istanza, non solo non trarranno alcun conforto dalle
pagine di Aristotele, ma ne trarranno fastidio: Telesio
troverà Aristotele, ad un tempo, troppo poco fisico
e troppo poco metafisico; Bruno lo considererà "un
miserando vecchio", "precipite, curvo, gobbo,
piegato, a mo' d'Atlante, in avanti, oppresso dal
peso del cielo, sicché non può vederlo"; mentre
gli abitanti della Città del Sole di Campanella,
che esprimono le idee del filosofo, "son nemici
d'Aristotele, l'appellano pedante".
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