Aristotele
di Giuseppe Cantarelli
Vita,
opere e caratteristiche generali del suo pensiero
A.
modifica profondamente lo stile di lavoro del filosofo:
egli non può infatti essere identificato con nessuno
dei due tipi di pensatori che ci sono noti sino a
quel momento, vale a dire con il grande aristocratico
destinato al possesso del sapere e alla gestione del
potere (alla maniera di Parmenide e Platone) o con
i sapienti legati alle tecniche e al demos (come i
naturalisti ionici).
Nasce
nel 384 a Stagira, una piccola città della Calcidica
che è sottoposta all'influsso della Macedonia, regno
alle cui vicende la vita di A. è particolarmente legata.
Il padre, Nicomaco, era infatti medico di corte del
re Aminta III, padre di Filippo e nonno di Alessandro
Magno. La professione del padre fu per il giovane
A. un incentivo verso quell'interesse per le scienze
della natura che rimase costante in tutta la sua attività
di ricerca, ma certamente importante fu anche la sua
collocazione sociale presso la corte macedone.
Per
A., a differenza di Platone, il rapporto con la politica
fu sempre indiretto, in quanto in patria il potere
era detenuto dalla monarchia macedone, mentre all'estero,
soprattutto in Atene, egli come straniero non poteva
prendere parte alla vita politica (in questo senso
egli prefigura l'intellettuale ellenistico che, in
un mondo dominato dalle monarchie assolute, si rifugia
nell'individualismo). Egli concepisce ancora la filosofia
come organizzazione e sintesi del sapere, da quello
logico a quello scientifico e a quello teologico,
ma considera la vita etico-politica non più come un
fine, ma semplicemente come una parte fra le tante
del sapere. Fu proprio la passione per la filosofia
come attività essenzialmente teorica a condurre il
diciassettenne A. ad Atene, dove nel 367 divenne membro
dell'Accademia platonica, grazie anche alla presentazione
da parte della corte macedone da cui proveniva (difficilmente
un provinciale avvrebbe potuto partecipare a quella
grande istituzione senza un'adeguata presentazione).
A. entra nell'Accademia attirato non dall'attività
politica, ma dalle ricerche logico-scientifiche che
vi si conducevano (quando vi entra, Platone è in Sicilia
e nella scuola primeggia il grande scienziato Eudosso
di Cnido). Rimane nell'Accademia vent'anni, sino alla
morte di Platone, ed è per lui un periodo molto ricco,
durante il quale compone le sue prime opere scientifiche,
tra cui la Fisica.
Nell'anno
in cui muore Platone egli abbandona la scuola e si
reca presso Ermia, signore di Asso e Atarneo in Asia
Minore, un uomo devoto a Filippo di Macedonia: questo
abbandono non è dovuto tanto al disappunto per l'elezione
di Speusippo a capo dell'Accademia (egli era nipote
di Platone, ma d'altra parte A., non essendo ateniese,
non avrebbe avuto diritto a possedere la scuola),
quanto alla reazione ateniese nei confronti della
politica macedone, alla cui corte A. era legato. Ad
Asso egli conobbe il giovane naturalista Teofrasto,
che era destinato a diventare il suo primo discepolo,
col quale si dedicò a ricerche di carattere biologico.
Nel
342 A. fu invitato da Filippo ad assumere l'incarico
di precettore del giovane erede al trono, Alessandro,
presso la corte macedone. In Macedonia egli si trattenne
per diversi anni, ma il suo compito non andò mai oltre
quello di un normale insegnante di letteratura e di
retorica (è certamente una leggenda medievale quella
che parla di un profondo influsso politico del filosofo
sul giovane re).
Nel
338 la vittoria ottenuta da Filippo a Cheronea sancisce
definitivamente la supremazia macedone sulla Grecia;
due anni dopo Alessandro succede al padre sul trono
di Macedonia. A. era così libero di tornare ad Atene
in tutta sicurezza, grazie alla protezione di Alessandro,
ma non si recò certo all'Accademia, dove intanto era
divenuto scolarca Senocrate, bensì aprì al Liceo,
un ginnasio pubblico aperto all'insegnamento dei filosofi,
una sua scuola con corsi regolari (scuola che fu anche
chiamata Peripato, e peripatetici i suoi frequentatori,
per l'usanza di discutere passeggiando nei giardini
del Liceo. L'insegnamento è il secondo polo dell'esperienza
di A., dopo la corte. Il Liceo è molto diverso dall'Accademia
platonica: fra i condiscepoli non vi è alcun legame
religioso o regola di vita, alcun progetto politico
cui operare insieme, e molti sono gli stranieri (meteci)
che vi prendono parte; nel Liceo non vi è molto spazio
per la discussione dialettica, in quanto l'insegnamento
di A. è ufficiale e non questionabile, ma vi è più
spazio, rispetto all'Accademia, per le ricerche specializzate,
condotte da un numero abbastanza ampio di studiosi.
Fu durante questo periodo che A. compose la maggior
parte delle sue opere.
Nel
323 morì Alessandro Magno e ad Atene riprese vigore
il partito antimacedone, per cui A. dovette abbandonare
la città al più presto per rifugiarsi nella casa della
madre, a Calcide, in Eubea, dove trascorse da solo
gli ultimi mesi di vita. Morì nel 322, lasciando all'amico
Antipatro la cura del suo testamento, e a Teofrasto
la direzione della scuola.
Gli
scritti di A. si dividono in due grandi gruppi: essoterici,
composti in forma dialogica e destinati al pubblico
al di fuori della scuola; esoterici, destinati ai
discepoli e quindi patrimonio interno della scuola.
Del primo gruppo conserviamo solo qualche frammento,
mentre ci è pervenuta la maggior parte delle opere
della scuola (le opere essoteriche non erano particolarmente
importanti rispetto alla grande produzione scientifica,
presente nelle opere esoteriche a noi pervenute).
Le opere a noi pervenute sono il frutto della sistemazione
loro apportata nel 50/60 a.C. da Andronico di Rodi,
che ha garantito l'autenticità della maggior parte
di loro, anche se qualche piccola aggiunta o modifica
in alcune opere va registrata.
A
parte questa prima bipartizione delle opere aristoteliche,
queste vengono poi suddivise nei seguenti gruppi:
A)
Dialoghi di tipo platonico, di cui restano pochi frammenti,
come quelli sulle Idee e sulla Filosofia, cui va aggiunta
l'esortazione agli studi filosofici rivolta ad un
principe di Cipro, nota con il nome di Protrettico.
B)
Opere di carattere logico-linguistico, di cui una
parte è raccolta nell'Organon: si tratta dell'Interpretazione
(breve studio sulle funzioni semantiche del linguaggio),
delle Categorie, degli Analitici Primi (sul sillogismo)
e Secondi (sulla dimostrazione), e dei Topici, che
trattano della dialettica. Altre opere di questo gruppo
sono la Retorica (studio dell'argomentazione persuasiva)
e la Poetica (teoria della composizione drammatica).
C)
Opere fisiche, come la Fisica (teoria generale della
natura) e della Meteorologia.
Questi
primi tre gruppi di opere si ritiene che siano stati
composti prima della morte di Platone nel 347.
D)
Opere filosofiche. Si tratta dei vari libri che compongono
la Metafisica. Non si tratta di un'opera composta
come un trattato unitario, ma di una serie di opere
autonome raccolte sotto questo nome da Andronico di
Rodi. Il termine Metafisica non compare mai nelle
opere di A., e significa libro posto dopo le opere
fisiche, oppure vertente sui problemi filosofici della
fisica:
E)
Opere biologiche. Esse comprendono le Ricerche sugli
animali (zoologia), le Parti degli animali (anatomia
e fisiologia), la Riproduzione degli animali (genetica
ed embriologia), la Locomozioe e il Movimento degli
animali.
F)
Opere psicologiche. La più importante è lo scritto
sull'Anima, integrato da una serie di brevi trattati
di psicofisiologia (sulla percezioe, la memoria, il
sonno, ecc.) che vanno sotto il nome di Parva Naturalia.
G)
Opere etico-politiche, che comprendono l'Etica eudemia
e l'Etica nicomachea, la Politica e una raccolta di
costituzioni di un centinaio di città greche, di cui
ci resta solo la Costituzione di Atene.
La
maggior parte delle opere comprese in questi gruppi
è stata scritta dopo la fondazione del Liceo.
A.
sostenne nella sua Etica che la vita contemplativa,
dedicata solo al sapere teorico, è la forma più alta
di esistenza, la sola che avvicina l'uomo alla condizione
divina, e il dio di A. è in effetti pensiero e conoscenza.
Il fine della conoscenza è la conoscenza stessa: in
questo modo A. delinea una nuova figura di intellettuale
dedito ad una conoscenza disinteressata. Dal potere
politico il filosofo si attende ora solo la protezione
necessaria a svolgere serenamente il suo lavoro, mentre
in cambio offre un sapere privo di applicazione, che
va perseguito solo perchè il desiderio di sapere è
coessenziale all'uomo.
Già
questi primi elementi ci mostrano come profonde siano
le differenze fra A. e Platone, differenze che però
non si limitano solo a questi aspetti, ma che vanno
quindi approfondite.
La
prima differenza è quella che abbiamo appena visto
contrapporre una filosofia platonica il cui fine è
quello di migliorare la società, ed una filosofia
di A. che serve solo ad appagare il bisogno di conoscenza
insito nell'uomo. Platone aveva diviso la realtà in
due mondi diversi, quello delle Idee e quello in cui
viviamo, che ne è solo una copia. Per A. non è possibile
invece scindere un mondo empirico da un mondo ideale,
in quanto esiste solo il mondo della nostra esperienza
quotidiana, che il filosofo ha il compito di indagare.
A. sostituisce così al piano verticale e gerarchico
del mondo platonico, un piano orizzontale in cui tutte
le cose sono poste l'una accanto all'altra. Questo
ci permette di capire come mai in A. cada il primato
della matematica, che per Platone era disciplina superiore
alle altre, in quanto in grado di cogliere la struttura
interna del mondo delle idee, mentre nel primo è solo
una scienza accanto alle altre.
Oltre
al primato di una disciplina sulle altre, cade in
A. anche la componente mitica orfico-pitagorica (presente
ancora negli scritti essoterici, ma assente da quelli
esoterici), per lasciare spazio ad un discorso che
si fa sempre più tecnico e rigoroso.
Un'ultima
differenza da notare è che in A. la disposizione degli
argomenti è sistematica, e le singole discipline vengono
affrontate separatamente, anche se spesso vi possono
essere delle ripetizioni: in Platone la tecnica del
dialogo portava il filosofo ad occuparsi continuamente
di tutti i settori del sapere, muovendosi come all'interno
di una spirale.
A.
è il filosofo che stabilisce una distinzione dei vari
quadri del sapere filosofico che sarà un punto di
riferimento costante per la filosofia successiva (metafisica,
fisica, psicologia, etica, politica, estetica, logica).
Viene così superato il progetto platonico, che consiste
nel subordinare le varie scienze l'una all'altra,
e si passa all'autonomia delle singole scienze e alla
loro indipendenza reciproca. La nuova sistemazione
delle scienze avviene allora secondo l'ideale enciclopedico
di unificazione del sapere, inteso come possibilità
data all'uomo di possedere tutte le conoscenze, e
non come riduzione di tutte le scienze a pochi principi
universalmente validi.
All'interno
di questo progetto enciclopedico la filosofia ha il
ruolo importante di strumento che serve a connettere
fra loro le varie branche del sapere e ne permette
una visione unitaria; si tratta di una filosofia intesa
come riflessione sul linguaggio, una filosofia che
non costituisce una disciplina autonoma, ma come una
premessa e una conclusione ragionata dell'enciclopedia
delle scienze, uno specchio degli elementi unitari
già presenti nelle altre scienze. Successivamente
però la filosofia non si limita più a questa funzione
organizzativa, e finisce col creare qualcosa di specifico
trasformandosi in discorso su dio, in teologia. Ecco
che all'interno della filosofia aristotelica si definisce
una zona privilegiata, consistente nella filosofia
prima, che è in realtà una cosmologia e una teologia
insieme. Al contrario di Platone, però, A. non pretende
mai di derivare il mondo da dio, nè di dedurre le
scienze dalla teologia; si tratta piuttosto di un
tentativo di giustificare l'ordine del mondo come
razionale ed immutabile. Nell'enciclopedia di A. la
teologia non ha mai un ruolo dominante e così pure
nella sua immagine della natura la divinità occupa
sempre un posto periferico, in quanto alla base del
discorso filosofico vi è sempre il logos, il linguaggio.
Prima
di passare ad analizzare la metafisica occorre ricordare
che A. ha distinto le scienze in tre grandi branche:
scienze teoretiche (che ricercano il sapere per sè
medesimo); scienze pratiche (che ricercano il sapere
per raggiungere attraverso di esso la perfezione morale);
scienze poietiche o produttive (che ricercano il sapere
in vista del fare, del produrre determinati oggetti).
Le scienze teoretiche, che per A. sono le più alte
per dignità, a loro volta sono costituite da metafisica,
fisica (che comprende anche la psicologia) e dalla
matematica.
LA
METAFISICA (O FILOSOFIA PRIMA)
Abbiamo
già visto che il termine metafisica non venne coniato
da A., ma probabilmente fu usato dai peripatetici,
o addirittura da Andronico di Rodi nella fase di sistemazione
delle opere aristoteliche. A. usava il termine "filosofia
prima" o anche "teologia" in opposizione
alla "filosofia seconda" o "fisica"
(il termine metafisica apparve ai posteri più pregnante
e fu quindi preferito agli altri).
La
metafisica aristotelica è la scienza che si occupa
delle realtà che stanno al di sopra di quelle fisiche
(sostanze separate, come le chiama A.), e che come
tali si oppongono a quelle fisiche; metafisica fu
poi chiamato, sulla scorta di quello aristotelico,
ogni tentativo filosofico del pensiero umano di oltrepassare
il mondo empirico per raggiungere un mondo meta-empirico.
A.
diede quattro definizioni della metafisica:
a)
la metafisica indaga le cause e i principi primi o
supremi;
b)
la metafisica indaga l'essere in quanto essere;
c)
la metafisica indaga la sostanza;
d)
la metafisica indaga Dio e la sostanza soprasensibile.
Queste
quattro definizioni sono complementari l'una all'altra,
come si può notare ad una analisi più attenta. Chi
ricerca le cause o i principi primi deve per forza
di cose incontrare Dio, che è la causa e il principio
primo per eccellenza. Chiedersi cosa sia l'essere
significa chiedersi se esista solo un essere sensibile
o anche un essere soprasensibile (essere teologico).
Alle stesse conclusioni porta anche la domanda sulla
sostanza (esistono solo sotanze sensibili o anche
soprasensibili?).
Il
problema teologico dunque come problema centrale della
metafisica. Capiamo così anche perchè la metafisica
sia la forma di sapere più elevata: facendo metafisica
l'uomo si avvicina a Dio, non solo perchè lo conosce,
ma anche perchè fa quello che fa Dio, che è pura conoscenza.
Tornando
alla prima definizione della metafisica (scienza che
studia i principi primi) A. afferma che le cause devono
essere finite quanto al numero e che per quanto riguarda
il mondo del divenire esse sono quattro: 1) causa
formale; 2) causa materiale; 3) causa efficiente;
4) causa finale. Le prime due non sono altro che la
forma, o essenza, e la materia che costituiscono tutte
le cose, che avremo modo di vedere meglio più avanti
(ricordiamo che causa per A. è ciò che struttura).
Materia
e forma bastano però solo a spiegare l'essere staticamente
considerato, mentre se lo consideriamo dinamicamente
occorre aggiungere qualcosa alla spiegazione precedente.
Un uomo dal punto di vista statico non è altro che
carne e ossa (materia) e anima (forma), mentre se
vogliamo sapere perchè è nato e perchè si sviluppa
occorrono due ulteriori ragioni: la causa efficiente
o motrice (il padre che lo ha generato) e la causa
finale (il telos, lo scopo cui tende il divenire dell'uomo,
la realizzazione della sua essenza).
Per
quanto riguarda la seconda definizione della metafisica
(intesa come la disciplina che studia l'essere in
quanto essere), l'espressione essere in quanto essere
significa la sostanza e tutto ciò che, in molteplici
modi, si riferisce ad essa. In questo senso allora
l'essere o è sostanza, o è affezione della sostanza,
o attività della sostanza oppure qualcosa che si riporta
alla sostanza. A. chiarisce tutto ciò nella tavola
dei significati dell'essere, nella quale vengono indicati
quattro possibili significati.
a)L'essere
come accidente, ovvero essere casuale, accidentale
(per esempio quando dico che l'uomo è musico io non
esprimo l'essenza stessa dell'essere uomo, ma qualcosa
che all'uomo può capitare casualmente di essere, un
mero accidente).
b)L'essere
per sè, ovvero l'essenza (detto anche l'essere come
categorie), che è il contrario dell'essere come accidente.
Le categorie sono dieci (ma di esse solo la prima
ha sussistenza autonoma, mentre tutte le altre presuppongono
la prima e si fondano sull'essere della prima):
1)sostanza
(uomo, cavallo)
2)quantità
(lungo due cubiti)
3)qualità
(bianco, grammaticale)
4)relazione
(doppio, metà)
5)luogo
(nel Liceo, al mercato)
6)tempo
(ieri, l'anno scorso)
7)posizione
(sdraiato, seduto)
8)condizione
(ha addosso le scarpe)
9)azione
(taglia, brucia)
10)passione
(viene tagliato, viene bruciato).
Questo
elenco non va inteso come qualcosa di definitivo,
in quanto su questo argomento A. ritornò più volte:
è possibile infatti trovare delle classificazioni
leggermente diverse, in cui al posto della categoria
della sostanza (ousia) vi è quella del che cos'è,
mentre altre volte le categorie non sono dieci ma
sei o sette. Le categorie sono le classi ultime in
cui si può dire che ricade tutto ciò che esiste oppure
è reale. Per quanto riguarda l'uso di questa dottrina,
A. vi fa ricorso quando deve classificare classi di
oggetti oppure significati dei termini. Riguardo poi
alla sostanza, la prima delle categorie, A. la divise
in primaria e secondaria, e affermò che solo le sostanze
primarie sono sostanze nel vero senso del termine
(per sostanza primaria A. intende l'individuale, ovvero
l'uomo individualmente considerato, questo o quel
cavallo e così via): è ovvia allora la polemica con
il pensiero di Platone, il quale affermava invece
che vera sostanza sono le Forme (le Idee), ovvero
i generi e le specie delle cose, quelle specie e generi
che invece per A. avevano un'importanza secondaria.
c)Essere
come vero e non-essere come falso. Si tratta dell'essere
logico (a differenza del precedente che era un essere
ontologico), che indica l'essere del giudizio vero
e il non-essere del giudizio falso; è un essere puramente
mentale, che ha sussistenza solo nella ragione e nella
mente che pensa (mentre il precedente esisteva a prescindere
dalla mente che lo pensava).
d)Essere
come potenza e atto. Un esempio di questa importante
definizione è dato dalla statua di marmo già scolpita,
che è in atto, mentre il blocco di marmo che l'artefice
sta scalpellando è in potenza; il frumento maturo
è frumento in atto, mentre la pianticella verde è
frumento in potenza (vale a dire che può diventare
ciò che ancora non è, mentre l'essere in atto si caratterizza
come l'attuarsi di ciò che prima era solo in potenza).
Sarà bene ricordare anche che, attraverso questo significato
dell'essere, A. risolverà definitivamente l'aporia
eleatica per la quale il non-essere non esiste e di
conseguenza nemmeno il movimento, perchè inteso come
passaggio dal non-essere all'essere: la soluzione
è proprio insita nel concetto di atto e potenza, in
quanto il non-essere di cui parlava Parmenide altro
non sarebbe se non un non-essere relativo, nel senso
che una cosa è sè stessa e al tempo stesso non è tutte
le altre. Il movimento si spiegherà poi come passaggio
dalla potenza all'atto.
Le
categorie che abbiamo elencato sopra sono le supreme
divisioni dell'essere, l'originaria distinzione cui
si appoggia necessariamente la distinzione degli ulteriori
significati.
Il
fatto che la prima categoria sia fondamentale, in
quanto le altre si debbono riferire ad essa e non
possono esistere senza di essa, porta A. ad affrontare
il problema della sostanza.
I
predecessori di A. avevano dato al problema della
sostanza diverse soluzioni, spesso antitetiche. Alcuni
avevano visto nella Materia sensibile l'unica sostanza
(i Naturalisti); altri, come i platonici, avevano
indicato negli enti soprasensibili la vera sostanza
(Forma); gli uomini comuni consideravano sostanza
nel vero senso del termine le cose concrete, l'individuo,
fatti ad un tempo di materia e forma. A questo punto
il problema fondamentale che A. si pone è determinare
cosa sia veramente sostanza, se solo le cose sensibili
o anche quelle soprasensibili. Ma prima di dire cosa
sia veramante sostanza occorre dire cosa è la sostanza.
A. decide allora di partire dalle cose sensibili,
perchè sono più vicine a noi e nessuno potrebbe contestarle,
per giungere a scoprire la sostanza (ousìa).
Per
A. sono sostanza (ousìa) a diverso titolo la forma,
la materia e il sinolo (unione di materia e forma).
In questo modo egli concede una parte di ragione a
tutti i suoi precedessori, notandone il limite nella
unilateralità e nell'escludenza.
E'
sostanza la forma: forma secondo A. è l'intima natura
delle cose, l'essenza delle cose (forma dell'uomo
è la sua anima, vale a dire ciò che fa sì che egli
sia un essere razionale, mentre la forma dell'animale
è l'anima sensitiva, e quella delle piante è l'anima
vegetativa). Per A. le cose sono conoscibili solo
nella loro essenza. La forma di cui parla A. non va
confusa con la forma platonica, perchè la prima è
un costitutivo della realtà, mentre la seconda è una
qualità trascendente la realtà stessa. La forma poi,
non va dimenticato, è attuazione di ciò che è solo
in potenza, realizzazione della materia.
La
materia può essere però definita sostanza allo stesso
modo, in quanto la forma senza di essa non avrebbe
alcuna concretezza, mentre la materia senza forma
sarebbe potenzialità indeterminata. La materia, che
è il sostrato della forma, è quindi altrettanto sostanza
quanto la forma.
Il
sinolo, per concludere, non è altro che l'unione di
forma e materia, quindi tutte le cose concrete sono
sinoli. Il sinolo è quindi sostanza a sua volta.
Dovendo
poi stabilire quale dei tre elementi sopra visti sia
sostanza più degli altri, A. afferma che dal punto
di vista empirico la sostanza per eccellenza è il
sinolo, mentre da un punto di vista metafisico,lo
è la forma, perchè è principio e fondamento, mentre
il sinolo è fondato da altro. In definitva possiamo
dire che l'essere nel suo significato più forte è
la sostanza, e che questa in un senso impropio è materia,
in un senso più proprio è sinolo e per eccellenza
è forma. Per questo A. chiama la forma causa prima
dell'essere, perchè informa la materia e fonda il
sinolo.
E'
importante sottolineare la differenza fra l'eidos
(idea) di Platone e l'eidos (forma) aristotelica.
L'idea di Platone è l'universale inteso come genere
delle cose (animale è un termine comune astratto che
non ha realtà, ed esiste solo in una determinata forma
o nell'uomo); l'idea di A. è una immanente struttura
ontologica della cosa, esiste nella cosa, ma solo
la nostra mente la astrae da essa (è un trascendentale,
per usare un linguaggio che sarà kantiano). L'idea
di A. non è universale da un punto di vista ontologico,
ma lo diventa da un punto di vista logico (perchè
allora si tratta di un concetto pensato dalla mente,
che non esiste nella realtà, ed assomiglia quindi
alla specie).
La
materia è potenza, potenzialità, nel senso che è capacità
di assumere la forma (il bronzo è potenza della statua
perchè è effettiva capacità di ricevere la forma della
statua). La forma si configura invece come atto, attuazione
di quella capacità che prima era solo in potenza.
Tutte le cose che hanno materia hanno maggiore o minore
potenzialità, mentre se esistono degli esseri immateriali
questi possono essere considerati atti puri. A. chiama
l'atto anche con il nome di entelechia, che significa
perfezione, realizzazione attuantesi. L'atto è superiore
alla potenza. Grazie alla dottrina della potenza e
dell'atto A. ha potuto risolvere il problema eleatico
del movimento (che è un passaggio dall'essere in potenza
all'essere in atto), ma soprattutto ha potuto dimostrare
l'esistenza della sostanza soprasensibile.
Un
altro problema importante che A. deve affrontare è
quello sull'esistenza o meno di una sostanza prima.
Per rispondere a questo quesito egli parte dall'analisi
del tempo e del movimento. Se tutte le sostanze fossero
corruttibili, allora non esisterebbe nulla di incorruttibile,
ma tempo e movimento sono sicuramente incorruttibili,
in quanto non possiamo chiederci cosa esistesse prima
e dopo il tempo, in quanto prima e dopo sono già tempo
(è bene ricordare che anche Kant applicherà la sua
critica al concetto di tempo, e da questo trarrà risultati
rivoluzionari). Lo stesso discorso vale per il movimento
in quanto per A. il tempo è una determinazione del
movimento, per cui l'eternità del primo postula l'eternità
del secondo. Ma un tempo e un movimento eterni possono
sussistere solo se sussiste un Principio primo che
ne sia la causa. Questo Principio deve essere eterno
(se eterno è il Principio, eterna deve essere la causa),
immobile (solo l'immobile può essere causa del mobile,
come A. ha dimostrato nella Fisica: ciò che è mosso
deve per forza essere mosso da qualcos'altro, e così
facendo noi risaliamo la serie delle cause sino a
trovare la causa prima, perchè infatti non si può
pensare di ripetere questo processo all'infinito senza
trovare appunto qualcosa che muove senza essere mosso
a sua volta da altro, e questa è appunto la causa
prima) e scevro di potenzialità, vale a dire atto
puro (se avesse potenzialità potrebbe anche non muovere
in atto, per cui non potremmo spiegare il movimento
eterno dei cieli).
Il
Principio primo che abbiamo così finalmente delineato
è il Motore Immobile (o sostanza prima). Mentre tutte
le cose muovono essendo mosse, il Primo Motore muove
attraendo le cose a sè, vale a dire non con una causalità
efficiente (la mano che muove un corpo) ma con una
causalità finale. In base a questa teoria il mondo
non ha avuto cominciamento, perchè ammettere che prima
ci fosse il caos vorrebbe dire dare priorità alla
potenza sull'atto; Dio è eterno e da sempre quindi
attrae il mondo a sè, per cui il mondo è eterno.
Questo
Principio è puro pensiero, vita contemplativa, pensiero
di pensiero, in quanto Dio pensa la cosa più eccellente,
cioè sè stesso.
A.
chiama il Principio primo anche Dio: sembrerebbe trattarsi
dunque di una forma di monoteismo, ma A. introduce
altri motori immobili per spiegare il diverso movimento
delle sfere celesti, motori che sono sì inferiori
al primo, ma che possiedono le stesse caratteristiche.
Questo non deve stupire, perchè nella mentalità del
greco tutto ciò che è incorruttibile è divino (questi
motori verranno trasformati dal medioevo in intelligenze
angeliche motrici).
Dio
non conosce gli uomini, in quanto questi sono esseri
imperfetti, e Dio vedrebbe dimunuire la sua importanza.
Il Dio aristotelico non crea e, per mostrare le differenze
rispetto al Dio cristiano, non ama l'uomo, sempre
perchè secondo A. questo vorrebbe dire che Dio non
è quel principio supremo da lui delineato in precedenza.
LA
FISICA
La
seconda scienza teoretica per A. è la fisica o "filosofia
seconda", la quale ha come oggetto di indagine
la sostanza sensibile (che è seconda rispetto a quella
soprasensibile che è "prima"), intrinsecamente
caratterizzata dal movimento, così come la metafisica
aveva ad oggetto la sostanza immobile. Non bisogna
lasciarsi trarre in inganno dalla parola fisica, che
per noi indica la scienza della natura quantitativamente
intesa, mentre in A. è la scienza delle forme e delle
essenze, una sorta di metafisica dal sensibile.
E'
nella fisica che A. spiega il movimento, il quale,
come abbiamo già visto, non è altro che il passaggio
dall'essere in potenza all'essere in atto; il movimento
quindi non richiede il non-essere come affermava Parmenide.
La generazione è un assumere la forma da parte della
materia, mentre la corruzione è il perdere la forma
e l'alterazione è un cambiamento della qualità. Alla
base di ogni movimento vi è la struttura ilemorfica
della realtà, vale dire la struttura materia-forma.
Gli
oggetti sono e si muovono non nel non-essere, ma in
un luogo; questo non va confuso con il recipiente,
perchè mentre il primo è immobile, questo è mobile.
Il luogo è quindi lo spazio.
Per
quanto riguarda il tempo, celebre è l'affermazione
di A. che dice che "il tempo è il numero del
movimento secondo il prima e il poi", percezione
che suppone l'anima.
A.
ha diviso il mondo sensibile in due sfere: mondo sublunare
e mondo sopralunare. Nel primo vi sono tutte le forme
di movimento, mentre nel secondo vi è solo il movimento
circolare. Il mondo sublunare è costituito dai quattro
elementi (terra, aria, acqua e fuoco), mentre quello
sopralunare è costituito dall'etere, detto anche quinta
sostanza o quintessenza, perchè si aggiunge agli altri
quattro elementi. Il movimento dei quattro elementi
è rettilineo, mentre quello dell'etere è circolare
(questa teoria sarà poi accolta dal pensiero medievale).
Per quanto riguarda la matematica, A. nutre verso
questa disciplina un interesse assai inferiore rispetto
a quello mostrato da Platone. Gli oggetti matematici
non sono per A. entità reali come erano stati per
Platone, nè qualcosa di irreale: essi sussistono "potenzialmente"
nelle cose sensibili e la nostra ragione li separa
mediante l'astrazione. Essi cioè sono enti di ragione
che "in atto" sussitono solo nella nostra
mente, grazie alla nostra capacità di astrazione,
mentre in "potenza" sussistono nelle cose
come loro proprietà intrinseche.
LA
PSICOLOGIA
Gli
esseri animati si differenziano da quelli inanimati
perchè posseggono un principio che dà loro la vita,
e questo principio è l'anima. L'anima è definita da
A. come entelechia prima di un corpo fisico che ha
la vita in potenza. A. distingue tre tipi di anima:
anima vegetativa, (tipica delle piante), anima sensitiva
(presente negli animali insieme alla vegetativa) e
anima razionale (presente negli uomini insieme alle
due precedenti).
L'anima
vegetativa presiede alla riproduzione, che è lo scopo
di ogni forma di vita nel tempo.
L'anima
sensitiva ha diverse funzioni, tra cui la sensazione
(questa è spiegata da A. sempre in base alla coppia
di concetti potenza e atto, per cui la facoltà sensitiva
è capacità di sentire potenziale che diventa in atto
a contatto con l'oggetto sensibile), l'appetizione
e il movimento.
L'anima
intellettiva permette appunto l'intellezione, in quanto
permette di ricevere le forme intelligibili e di assimilarle.
L'intelligenza è capacità/potenzialità di conoscere
le forme pure; queste a loro volta sono contenute
in potenza nelle sensazioni e nelle immagini della
fantasia; occorre quindi qualcosa che traduca in atto
questa doppia potenzialità. Sorse così quella distinzione,
divenuta fonte di innumerevoli discussioni nell'antichità
e nel medioevo, fra "intelletto potenziale"
e "intelletto attuale" (detti anche intelletto
attivo e intelletto passivo). L'intelletto attivo
è nell'anima, è il divino in noi. Questo intelletto,
pur non potendo essere identificato con Dio come molti
hanno fatto, ha le caratteristiche del divino. Questo
intelletto rappresenta la dimensione metempirica,
soprafisica, spirituale che è in noi.
ETICA
E POLITICA
Dopo
le scienze teoretiche, nella sistemazione del sapere,
vengono le "scienze pratiche", che riguardano
la condotta degli uomini e il fine che essi vogliono
raggiungere. Lo studio della condotta o del fine dell'uomo
come singolo è l'etica, mentre lo studio della condotta
o del fine dell'uomo come parte di una società è la
politica.
Tutte
le azioni umane tendono a "fini" che sono
"beni"; questi a loro volta sono sottoposti
ad un "fine ultimo", che è il "bene
supremo", che tutti gli uomini chiamano felicità.
Questa felicità non è la stessa cosa per tutti: per
la moltitudine è godimento, mentre per alcuni è l'onore
e per altri consiste nell'ammassare ricchezza (questa
per A. è la più assurda di tutte le vite, perchè è
contro natura, in quanto la ricchezza è solo un mezzo
per qualcos'altro e non può quindi essere un fine.
Il
bene supremo realizzabile dall'uomo consiste nel perfezionarsi
in quanto uomo; l'uomo che vuole vivere bene deve
vivere secondo ragione, in quanto il bene dell'uomo
consiste in una attività dell'anima secondo la sua
virtù. Per A. i valori supremi sono quelli dell'anima,
anche se riconosce un valore ai beni materiali (non
danno la felicità, ma la loro assenza può compromettere
in parte quella felicità).
La
virtù etica consiste nel ridurre la facoltà del desiderio,
che è una parte dell'anima, ai dettami della ragione;
questa virtù si ottiene con l'abitudine, vale a dire
con la ripetizione di una serie successiva di atti.
La virtù diventa così un abito, un modo di essere.
Le passioni e i sentimenti tendono all'eccesso o al
difetto; la ragione, intervenendo, deve porre la giusta
misura, che è la via di mezzo o "medietà fra
i due eccessi (il coraggio ad esempio è una via di
mezzo fra la temerarietà e la viltà, la liberalità
lo è fra prodigalità e avarizia. Questa medietà non
va intesa nel senso di mediocrità, ma nel senso di
culmine, valore, in quanto è la vittoria della ragione
sugli istinti. Fra tutte le virtù etiche spicca la
giustizia.
La
perfezione dell'anima razionale in quanto tale è detta
da A. virtù dianoetica. Questa si divide in due parti:
se l'anima razionale si rivolge alle cose mutevoli
abbiamo la saggezza (phrònesis), mentre se si rivolge
alle cose immutabili abbiamo la sapienza. La prima
consiste nel deliberare bene intorno a ciò che è bene
o male per l'uomo, la seconda è scienza teoretica,
in modo particolare metafisica. Proprio esercitando
questa seconda virtù l'uomo si avvicina a Dio: la
vita contemplativa di cui parla A. può portare l'uomo
verso Dio.
A.
ha anche il merito di aver superato l'intellettualismo
socratico: egli si è accorto infatti che una cosa
è conoscere il bene, e un'altra il fare e attuare
il bene. Egli afferma che quando vogliamo raggiungere
determinati fini, noi stabiliamo mediante la deliberazione
quali mezzi siano necessari al loro raggiungimento.
La scelta opera poi su questi mezzi per metterli in
atto. Siccome la scelta riguarda i mezzi e non i fini,
questa ci rende sì responsabili, ma non ci rende buoni
o cattivi, perchè l'essere buoni o cattivi dipende,
secono A., dai fini, e questi sono oggetto di volizione.
La volontà poi vuole sempre il bene, ma quello vero
e non quello apparente; solo l'uomo virtuoso sa riconoscere
questo bene. Il ragionamento si chiude così in un
circolo vizioso, dal quale il filosofo non riesce
ad uscire in quanto è assente il concetto di libero
arbitrio, concetto che verrà introdotto più tardi
dal pensiero cristiano.
A.
ha definito l'uomo un "animale politico",
un essere cioè che non può fare a meno di vivere in
una comunità di uomini. Per A. sono però cittadini
solo quelli che possiedono tempo libero sufficiente
per potersi dedicare all'amministrazione della cosa
pubblica: di conseguenza non sono cittadini i coloni,
i membri di una città conquistata, gli operai e molti
altri. Questi ultimi anzi servono ai primi per aiutarli
a realizzare i loro progetti. La situazione politica
del momento storico in cui vive è forse il motivo
per cui A. giunge a teorizzare la schiavitù, affermando
che lo schiavo, che è tale per natura, è uno strumento
ancora più degli altri. Lo schiavo secondo lui doveva
essere catturato non nelle guerre fra Greci, ma in
quelle contro i Barbari, dato che questi sono per
natura inferiori.
Per
quanto riguarda i vari modi in cui può essere organizzato
uno stato, A. considera tre forme di governo: la monarchia
(governo di un solo uomo), l'aristocrazia (governo
di pochi uomini) e la politìa (governo della maggior
parte), cui corrispondono tre forme di degenerazione
che si verificano quando chi governa lo fa secondo
il proprio interesse e non secondo quello comune,
e che sono la tirannide, l'oligarchia e la democrazia.
Democrazia per A. significa demagogia, vale a dire
che non è giusto che poichè tutti sono uguali nella
libertà, questi lo debbano essere anche in tutto il
resto. A. delinea anche la Città ideale, frutto del
rispetto di quelle idee che sono alla base della sua
filosofia.
A.
si occupa anche del problema dell'educazione: egli
propende per un'educazione che inizi nella famiglia
ed è contrario alla moltitudine dei maestri privati,
in quanto vorrebbe una scuola gestita dallo Stato.
Accetta il modello di educazione della paideia ateniese
(leggere, scrivere, commentare gli autori antichi,
fare ginnastica e musica), ma nel Liceo egli aggiunge
alcune discipline che considera importanti come la
grammatica, la retorica, matematica, fisica, biologia,
psicologia, ma soprattutto logica, metafisica ed etica.
L'ideale
aristotelico è quello di un'educazione "liberale",
non utilitaria, per liberi e non per schiavi, in quanto
suppone una condizione economica privilegiata e tempo
libero sufficiente. Alla domanda "a che serve
la filosofia" A. risponde che il pregio della
filosofia consiste proprio nel suo servire solo a
se stessa, a nulla d'altro; ma essa mira a rendere
l'uomo libero, padrone di sè, non servo delle passioni.
Grazie alla filosofia l'uomo coltiva razionalmente
le virtù, quelle etiche del "giusto mezzo"
e quelle dianoetiche che ne realizzano il più alto
destino. Alla fine di questa analisi risulta chiara
quella differenza fra la filosofia di Platone e quella
di A. per cui la prima ci appare più rivolta verso
l'alto, mentre la seconda, nonostante i riferimenti
alla metafisica, ci appare più concreta; questa differenza
è peraltro mostrata molto bene dal dipinto di Raffaello
in cui è raffigurata la "Scuola d'Atene",
dove Platone indica col dito il cielo e A. tiene invece
la mano in avanti parallela al suolo.
LOGICA,
RETORICA E POETICA
A.
colloca la logica al di fuori dello schema in cui
ha suddiviso le altre scienze. La logica mostra come
proceda il pensiero quando pensa, quale sia la struttura
del ragionamento, quali gli elementi di esso, come
sia possibile fornire dimostrazioni, quali tipi di
dimostrazione esistano, di che cosa sia possibile
fornire dimostrazioni e quando. Per questo la logica
verrà indicata col termine "Organon" (termine
che fu introdotto da Alessandro di Afrodisia), in
quanto vuole fornire gli strumenti mentali necessari
per affrontare qualsiasi tipo di indagine. A. non
usa comunque nemmeno il termine logica (che fu introsdotto
da Cicerone), bensì quello di analitica: questa spiega
il metodo con cui noi, partendo da una data conclusione,
la risolviamo negli elementi da cui deriva, cioè nelle
premesse e negli elementi da cui scaturisce e, quindi,
la fondiamo e la giustifichiamo.
Il
primo elemento che incontriamo nella logica aristotelica
sono le categorie: dal punto di vista metafisico le
categorie rappresentano i significati fondamentali
dell'essere, mentre dal punto di vista logico esse
sono i supremi generi ai quali deve essere riportabile
qualsiasi termine della proposizione. Se dico "Socrate
corre" e scompongo questa proposizione, trovo
che "Socrate" rientra nella categoria della
sostanza, mentre "corre" in quella del fare;
se dico "Socrate è nel Liceo", "nel
Liceo" rientra nella categoria del "dove".
La prima categoria (la sostanza) funge sempre da soggetto
e solo impropriamente da predicato (Socrate è un uomo,
cioè è una sostanza). Le altre categorie fungono sempre
da predicati della prima categoria, in quanto devono
essere sempre riferite al soggetto. Per quanto riguarda
il problema della verità e della falsità, finchè abbiamo
solo i termini isolati della proposizione non possiamo
parlare nè dell'uno, nè dell'altra, in quanto solo
nel giudizio che connette i singoli termini e forma
la proposizione abbiamo verità o falsità.
Le
categorie sono i generi cui sono riconducibili i termini
in cui scomponiamo la proposizione, quindi sono qualcosa
di primo e non ulteriormente riducibile, che non può
quindi nemmeno essere definito perchè non esiste nulla
di più generale cui poter ricorrere per determinarle.
Definire per A. vuol dire non tanto spiegare il significato
di una parola, quanto determinare che cos'è l'oggetto
che la parola indica. La definizione è il discorso
che esprime la sostanza delle cose. Una definizione
può essere valida o non valida, ma non vera o falsa,
perchè, come detto prima, vero e falso si hanno solo
nel giudizio. Per fare un esempio di definizione proviamo
a definire l'uomo: occorrono allora a questo punto
il "genere prossimo" e la "differenza
specifica"; il genere prossimo di uomo è "animale";
la differenza ultima poi fra uomo e animale è la razionalità.
Quando
uniamo i termini fra loro e affermiamo o neghiamo
qualcosa di qualcos'altro, allora abbiamo il "giudizio".
Il giudizio è l'atto con cui affermiamo o neghiamo
un concetto di un altro concetto e la sua espressione
logica è l'enunciato o proposizione. Il giudizio è
la forma più elementare di conoscenza, quella forma
che ci fa conoscere il nesso fra un predicato e un
soggetto. Vero e falso si hanno col giudizio: il vero
si ha quando si congiunge qualcosa che è veramente
congiunto (o si disgiunge ciò che è disgiunto), mentre
il falso si ha nel caso contrario. Il giudizio è sempre
quindi o un'affermazione o una negazione. Non tutte
le frasi interessano la logica: invocazioni, preghiere,
esclamazioni e simili riguardano il discorso retorico
e poetico. Nella logica rientra solo il discorso apofantico
o dichiarativo.
A.
passa poi a definire il ragionamento: questo non consiste
nel negare o affermare qualcosa di qualcos'altro (questi
sono solo giudizi), ma si ha solo quando passiamo
da giudizi ad altri giudizi, collegandoli con nessi
causali per cui alcuni sono antecedenti e altri conseguenti.
Il sillogismo è il ragionamento perfetto, in cui la
conclusione cui si perviene è la conseguenza che scaturisce,
di necessità, dall'antecedente. L'esempio più famoso
di sillogismo perfetto è quello in cui abbiamo una
premessa maggiore che dice "Se tutti gli uomini
sono mortali", una premessa minore che afferma
"e se Socrate è un uomo" e una conclusione
che dice "allora Socrate è mortale".
Questa
prima forma di sillogismo è chiamata sillogismo generale:
la sua caratteristica principale è quella di prescindere
dal contenuto di verità delle premesse. Diverso da
questo è il sillogismo scientifico o dimostrativo,
che riguarda anche il contenuto di verità delle premesse.
Queste infatti devono essere vere e prime, cioè non
bisognose a loro volta di ulteriori dimostrazioni.
Tutto ciò pone naturalmente un problema fondamentale
nel pensiero aristotelico, vale a dire l'origine di
premesse vere e come possiamo conoscerle, dal momento
che non possiamo ottenerle attraverso ulteriori sillogismi,
chè altrimenti procederemmo all'infinito.
Il
sillogismo è un processo deduttivo, in quanto ricava
da verità universali verità particolari. Per quanto
riguarda il modo in cui cogliere queste verità universali
A. indica due possibilità: l'induzione, attraverso
la quale dal particolare si ricava l'universale (si
tratta del processo astrattivo), e l'intuizione, che
è il coglimento puro da parte dell'intelletto dei
principi primi (in questo modo A. ammette l'intuizione
intellettiva come prima di lui aveva fatto Platone).
Ogni
scienza avrà poi dei principi suoi propri e dovrà
occuparsi di quegli elementi che sono di sua competenza.
Accanto a questi principi specifici ve ne sono però
alcuni che sono comuni alle varie discipline, come
il principio di non contraddizione (non si può affermare
o negare dello stesso soggetto nello stesso tempo
e nello stesso rapporto due predicati contraddittori)
e quello del terzo escluso (non è possibile che ci
sia un termine medio tra due contraddittori). Questi
principi sono definiti trascendentali, nel senso che
valgono per ogni forma di pensiero in quanto tale,
e sono indimostrabili (si dimostrano da soli, in quanto
chi volesse negarli nello stesso tempo li affermerebbe),
in quanto ogni dimostrazione li presuppone.
Quando
le premesse del sillogismo anzichè essere vere sono
soltanto probabili, cioè fondate sull'opinione, allora
abbiamo il sillogismo dialettico (si tratta di un
tipo di sillogismo che ci insegna a discutere con
gli altri).
Quando
le premesse non sono fondate nemmeno sull'opinione
abbiamo il sillogismo eristico.
Quando
il sillogismo è tale solo in apparenza abbiamo il
paralogismo, che è un ragionamento errato.
LOGICA
E POETICA
Secondo
A. la retorica non ha lo scopo di ricercare la verità,
compito che spetta alla filosofia e alle scienze particolari,
ma ha lo scopo di scoprire quali siano i modi e i
mezzi per persuadere.
Per
quanto riguarda la poetica invece, A. ricorre a due
concetti in particolare per spiegarla: mimesi e catarsi.
A.
si oppone alla posizione platonica sull'arte (che
considerava l'arte un'imitazione dell'imitazione,
quindi un allontanamento dal vero) e afferma che la
mimesi artistica non riproduce passivamente la parvenza
delle cose, ma ricrea le cose secondo una nuova dimensione,
quella del possibile e del verosimile.
Inoltre,
mentre la natura dell'arte consiste nella imitazione
del reale secondo la dimensione del possibile, la
sua finalità consiste nella purificazione delle passioni.
L'arte insomma ci scarica dell'emotività e delle tensioni
che accumuliamo, provocando una piacevole sensazione
di benessere (sensazione emotiva che Platone aveva
condannato).
Conclusioni
La
sorte della scuola di A. non fu molto felice: a causa
di alcune vicissitudini il suo pensiero non fu più
studiato per diversi secoli. Dopo di lui già il suo
principale discepolo, Teofrasto, non si mostrò all'altezza
del maestro, soprattutto quanto a capacità di insegnamento
delle dottrine. I discepoli che fecero seguito a Teofrasto
poi furono ancora meno capaci di portare avanti la
tradizione aristotelica.
L'altro
fatto che causò la decadenza rapida del Peripato fu
che Teofrasto, quando morì, lasciò alla Scuola solo
gli edifici del Peripato, mentre destinò la biblioteca
a Neleo di Scepsi, che a sua volta portò i testi in
Asia Minore. Le opere di A. iniziarono così un lungo
pellegrinaggio che si concluse solo quando, in epoca
romana, Andronico di Rodi provvederà alla loro definitiva
sistemazione. Nel frattempo però nel pensiero greco
il ruolo di protagonista fu assunto da nuove correnti
di pensiero e l'aristotelismo fu messo da parte.
testo tratto da: http://www.homolaicus.com/teorici/aristotele/aristotele2.htm
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